DOMANI AL VIA OUTSIDER – PARTITO DEGLI ESCLUSI
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OUTSIDER, GLI INDIGNATI ORDINATI. PROFESSIONISTI CON NOVE PUNTI ’CONCRETI’: PER LE LIBERALIZZAZIONI E UN NUOVO WELFARE

da L’Indro http://testando.lindro.it/Outsider-gli-indignati-ordinati#.TvYELHrvwWI
Si sono presentati a Roma sabato 15 ottobre, ma senza scontri e senza alzare la voce. Anche se in qualche modo pure loro sono dei ribelli. Anzi, degli outsider. Sono avvocati, commercialisti, giovani professionisti che hanno lanciato Outsider, il Partito degli Esclusi. Un movimento trasversale, ’apartitico’, fatto soprattutto da giovani, da donne, ma anche da italiani all’estero e da stranieri che vivono nel nostro Paese, e che non vogliono più vedere l’Italia andare alla deriva senza fare niente. Loro sono una cinquantina, in nove punti il loro manifesto programmatico (che si può leggere su www.partitodegliesclusi.it) e, rispetto ai movimentisti, si caratterizzano per una proposta progettuale ben precisa e definita, alla quale intendono dar voce incidendo culturalmente e capillarmente sulla politica. Il 15 ottobre hanno anche presentato una proposta di legge d’iniziativa popolare per il contratto unico di lavoro.
Ma chi sono, e cosa vogliono questi outsider della politica, ce lo spiega uno dei fondatori, Roberto Race: 31 anni, segretario generale della Fondazione Valenzi, giornalista professionista e inventore del portavoce ’in affitto’, una sorta di manager delle relazioni esterne assoldato pro tempore dalle aziende nei casi di necessità.

Chi sono gli outsider, e come nascono?
Siamo un gruppo di persone che giocano in serie B e sono soffocate da chi gioca in serie A: ragazzi tra i 30 e i 40 anni, che hanno consolidato la loro posizione nella comunità professionale, messo su famiglia e in qualche caso scelto di tornare in Italia, e si sono ritrovati a vivere in un Paese allo sbando. Persone né di destra né di sinistra, che si sono incontrate sul modo comune di vedere la realtà e di immaginarla diversamente. Noi abbiamo idee nuove e proponiamo soluzioni concrete, che avrebbero potuto essere realizzate anche vent’anni fa, ma che la classe dirigente non ha voluto fare. La nostra è una proposta politica con la P maiuscola.
Nove punti per un progetto: ci dice i primi tre, quelli salienti?
Innanzitutto liberalizzazioni ma quelle vere, a partire da quelle degli albi professionali. È antistorico in un mercato globalizzato continuare ad avere anarchie corporative. Poi una nuova visione del welfare che oggi è solo a favore delle grandi imprese che mettono in cassa integrazione i dipendenti. Il welfare dovrebbe essere a sostegno dei nuovi bisogni e delle nuove forme contrattuali: se hai 30 anni e un contratto a progetto, e vuoi avere un figlio, chi ti paga la maternità? Si può invece prevedere un fondo per le donne in gravidanza e che lavorano. La famiglia deve tornare al centro, e non è uno slogan democristiano. Se non dai modo ai giovani di crearsi una vita personale ammazzi il Paese. Poi le pensioni: innalzamento a tutti dell’età pensionabile a 65 anni. È assurdo immaginare che ancora oggi le grandi aziende facciano pagare le loro crisi e l’incapacità del management ai contribuenti e ai giovani creando ancora scivoli e pre-pensionamenti per i 50enni. Infine l’università e la ricerca: l’Italia deve tornare a giocare un ruolo nel mondo della ricerca e fare innovazione spendibile sul mercato.
E la proposta di legge di iniziativa popolare come è articolata?
La proposta segue il modello Ichino, e mira a combattere il dualismo del mercato del lavoro italiano, diviso tra garantiti, spesso uomini e più vecchi, e precari, perlopiù giovani e donne. È stata sottoposta a Wikipedia da parte di tutti gli aderenti ad Outsider, per trenta giorni. Dopodiché, partirà la campagna di raccolta firme per l’iniziativa di legge popolare.
Un movimento con le idee chiare ma apartitico: non c’è il rischio che sia solo un trampolino di lancio per fare invece carriera proprio nei partiti?
L’approccio è un po’ come quello del partito Radicale: è un movimento da seconda tessere che ha un minimo comun denominatore e unisce persone dietro un progetto. Lo schema politico attuale è solo una finzione: mette insieme persone contro qualcuno e non contro qualcosa.
Allora qualche continuità con gli indignados ce l’avete…
Sicuramente in un’analisi di fondo, nel rilevare che c’è una generazione che ci ha portato al baratro. Tuttavia gli indignados non si capisce che cosa vogliano precisamente, mentre noi abbiamo una piattaforma scritta, una carta d’identità. Ci presentiamo insomma con le analisi del sangue. È chiaro che un movimento come quello degli indignados va comunque ascoltato ma il nostro è un lavoro che dovrà partire dalle élite culturali per incidere sulle scelte della politica.

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